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    SAN CHARBEL (ŠARBEL , Jerbello - Sarbel) Giuseppe MAKHLUF MONACO LIBANESE MARONITA

    SAN  ŠARBEL MAKHLUF

    MONACO LIBANESE MARONITA

    (1828-1898)

     

     

    È definito "l'Eremita del Libano". È venerato ancora oggi, dopo cent’anni dalla sua morte. San Šarbel Makhluf nacque a Bka’-kafra nel nord del Libano l'8 maggio 1828 da Brigida Šidiac e Antun Zaärur. Era l’ultimo di cinque fratelli: due maschi, Hanna e Bešara e due sorelle, Kaunet e Wardeh. Il suo nome di battesimo è Yussef (Giuseppe). Suo padre era un semplice contadino, viveva del raccolto dei suoi campi. Rimasto orfano del padre a tre anni, passò sotto la tutela dello zio paterno. A 14 anni già si ritirava in una grotta appena fuori del paese a pregare per ore (oggi è chiamata la grotta del santo). Era un ragazzo semplice che accudiva il gregge di famiglia; a ventidue anni decise di entrare in mona­stero. Yussef, senza salutare nessuno, nemmeno la madre, una mattina dell’anno 1851 si diresse al Monastero di Nostra Signora di Maifuq per farsi religioso. Alla fine del suo noviziato, prese il nome di Šarbel, martire di Antiochia del II secolo. A Maifuq il lavoro dei novizi consisteva nel selezionare i rami di gelso da cui i contadini locali, donne comprese, raccolgono in un secondo tempo i bachi da seta.[1] Durante questa

     

    operazione, una giovane, per provocare il monaco, gli getta un baco sul volto. Il gesto, all’apparenza banale, fa capire a Šarbel che Maifuq non è abbastanza isolato dal mondo perché vi possa realizzare il suo ideale monastico. La notte stessa fugge di nascosto per rifugiarsi, alle prime luci dell’alba, presso il Monastero di San Marone di Annaya. Il registro del monastero di Maifuq riporta: “entrò per la prova Yussef di Bka’-kafra. Fu chiamato Sharbel; nell’agosto del 1851 si è sfratato”. Il verbo arabo indica l’abbandono volontario del monastero.



    Ad Annaya Šarbel trascorre il secondo anno di noviziato ed emette i voti solenni il primo di Novembre 1853. In seguito fu trasferito al Monastero dei Santi Cipriano e Giustina di Kfifan, nel Batrun, per proseguire gli studi teologici dove San Nimatullah Al-Hardini diventa il suo direttore spirituale e insegnante di teologia morale. Fu ordinato sacerdote a Bkerke, Sede Patriarcale, il 23 luglio 1859.

    Dopo sedici anni di rigoroso ascetismo ad Annaya nel Monastero di San Marone e dopo il miracolo della lampada,[2]

     

    il 15 febbraio 1875, i suoi


     

    superiori gli permisero di ritirarsi nell'eremo dei Santi Pietro e Paolo posto a 1350 metri di altezza su una collina di fronte al monastero. Lì visse per il resto dei suoi giorni, in preghiera e contemplazione, digiunando fre­quentemente e svolgendo lavori manuali, quali coltivare le vigne del monastero, e nutrendosi sempre in modo parco.[3] Era sempre assorto in preghiera, se non veniva interpellato non parlava mai, a chi veniva a visitarlo e a chiedergli consiglio gli porgeva la risposta facendogli leggere qualche brano della vita di qualche santo o qualche brano del vangelo o dell’imitazione di Cristo. È considerato sempre come un monaco esemplare dotato di un’obbedienza angelica e di un raccoglimento straordinario. Il suo pensiero era sempre rivolto verso l’Assoluto fino al punto di rifiutare di vedere sua mamma per tutta la vita ed altri suoi parenti. Il suo fu un distacco radicale. Visse i suoi voti religiosi di obbedienza, castità e povertà in modo eroico.


    “Šarbel dimostrò di possedere sin dall’inizio doti straordinarie e virtù eroiche, ed una fervida spiritualità. Un giorno, ad esempio, salvò due monaci da un serpente velenoso, chieden­do semplicemente alla creatura di andare via”.[4]

    Basta che egli spargesse un po’ di acqua benedetta e le cavallette scappavano via e non mangiavano più il raccolto.

    Tutti erano convinti che egli rimanesse attivo anche dopo la sua morte: perché sia i suoi confratelli sia quelli che lo conoscevano apprezzavano la sua spogliazione totale dalla vita terrena per amore di Cristo e di Maria.

    Mentre celebrava la Santa Messa, il 16 dicembre 1898, al momento dell’elevazione dell’Ostia Consacrata e del calice e la recita della preghiera eucaristica, lo colse una crisi apoplettica; trasportato nella sua stanza vi passò otto giorni di dolorosa agonia finché il 24 dicembre, a mezzanotte, ritornò alla casa del Padre.

    La sua tomba fu immediatamente circondata da una “straordinaria luminosità” che durò per quarantacinque giorni, mentre l'interesse del pubblico continuò a crescere. Alcuni pellegrini tentarono addirittura di rubare parte delle sue spoglie: ne conseguì che le autorità decisero di riaprire la tomba, e così vi trovarono il corpo galleggiante nel fango, ma completamente privo di segni di deterioramento “come se fosse stato seppellito quello stesso giorno”. Si notò che un liquido simile al sangue tra­sudava dal suo corpo. Si conserva ancora il panno impregnato di questo liquido e, secondo la testimonianza dei monaci, è responsabile di molti casi di guarigio­ne avvenuti negli anni; inoltre, durante il secolo scorso, la sua tomba è stata aper­ta ben quattro volte (l'ultima volta nel 1955), ed in ogni occasione si è potuto constatare come questo corpo sangui­nante possieda ancora la sua flessibilità, come fosse ancora vivo”.[5]

    Ecco un’altra testimonianza:

    “A partire da alcuni mesi dopo la morte si verificarono fenomeni straordinari sulla sua tomba. Questa fu aperta e il corpo fu trovato intatto e morbido. Rimesso in un’altra cassa, fu collocato in una cappella appositamente preparata, e dato che il suo corpo emetteva un sudore rossastro, le vesti venivano cambiate due volte la settimana. Nel 1927, essendo iniziato il processo di beatificazione, la bara fu di nuovo dissotterrata. Nel febbraio del 1950 monaci e fedeli videro che dal muro del sepolcro stillava un liquido viscido. Supponendo un’infiltrazione d’acqua, davanti a tutta la Comunità monastica fu riaperto il sepolcro: la bara era intatta, il corpo era ancora morbido e conservava la temperatura dei corpi viventi. Il superiore asciugò con un amitto il sudore rossastro dal viso del Beato Šarbel ed il volto rimase impresso sul panno.

     Sempre ad aprile del 1950, le autorità religiose, con una apposita commissione di tre noti medici, riaprirono la cassa e stabilirono che il liquido emanato dal corpo era lo stesso di quello analizzato nel 1899 e nel 1927. Fuori la folla implorava con preghiere la guarigione di infermi portati lì da parenti e devoti. Molte furono le guarigioni istantanee che ebbero luogo in quell’occasione. Si sentiva da più parti gridare Miracolo! Miracolo! Fra la folla vi era chi chiedeva la grazia pur non essendo cristiano o non cattolico.

     Il Papa Paolo VI, il 5 dicembre 1965, lo beatificò davanti a tutti i Padri Conciliari durante il Concilio Ecumenico Vaticano II e lo elevò alla gloria degli altari il 9 ottobre 1977”.[6]

     


     

    5.2. Spiritualità di San Šarbel Makhluf [7]

     

    L’essenza della santità è una, ma i mezzi e le vie che conducono ad essa sono molteplici e diversi. La santità nella Chiesa si caratterizza e si diversifica seconde epoche diverse, da un ordine ad un altro e da una persona ad un’altra. Anche la santità è figlia della sua epoca, della società e della cultura in cui cresce e matura.

     “Šarbel inebriato di Dio”:[8] la santità di Šarbel è caratterizzata dalla sua unione intima e profondissima con Dio attraverso la solitudine, il silenzio, la preghiera, la contemplazione e il lavoro nei campi. Šarbel, l’eremita, si era distaccato dai suoi confratelli, dalla gente e dal mondo, per mettersi in comunione con Dio. Solo dopo aver realizzato questo suo desiderio, ritorna verso la gente. La caratteristica della santità di Šarbel sta nella sua capacità continua di comunione con Dio presente nel mistero ed in realtà assente! Non esiste un legame tra il Presente nel mistero e l’Assente nella realtà. Nulla lega il Presente e l’Assente, il mistero e la realtà tranne la Verità. Non c’è dubbio che la ricerca continua della Verità, ha fatto di Šarbel un filosofo di diverso genere. Sin dal principio ha testimoniato che non esiste una verità fuori da Dio e che Dio stesso è la Verità assoluta.

    Attraverso la sua esperienza di Dio, comprende che la realtà è Dio stesso. Spesso ripeteva queste parole: “tutto in questo mondo è vanità, la bellezza è vanità, la vita è vanità, i piaceri sono vanità, i fiori di questo mondo appassiscono in un batter d’occhio e la morte raccoglie tutto, l’uomo saggio è quello che non trova la sua lampada vuota nell’ora della sua morte”.[9]

    Queste parole ci dicono che la spiritualità di Šarbel è molto simile a quella dei padri del deserto, infatti egli si nutriva spesso della lettura della vita e dell’ascesi di Sant’Antonio Abate e quella del Padre Fondatore San Marone. Il Signore gli ha concesso la grazia di poter imitare questi esempi e di distaccarsi completamente perfino da se stesso e dai bisogni più naturali.

    Un altro aspetto fondamentale della sua spiritualità, è la sua obbedienza. Nel superiore egli vedeva la volontà di Dio. Mai nella sua vita ha contrariato i suoi superiori. Era convinto che più rinnegava la sua volontà più piaceva a Dio. La sua convinzione nasce dal modello supremo, Cristo il Figlio prediletto del Padre. È il Prediletto e l’Amato perché suo cibo era fare la volontà del Padre.

    Interiorizzando questo aspetto della kenosi di Cristo e con la grazia datagli dall’alto, Šarbel sembrava un angelo che camminava su questa terra e non più una persona umana. Era talmente distaccato dalla sua volontà che se non lo chiamavano all’ora di pranzo, lui non mangiava. Così accadde una volta:[10] rimase a digiuno per due giorni perché il confratello dell’eremitaggio aveva dimenticato di chiamarlo. Quando il superiore se ne accorse, lo chiamò e gli chiese se avesse mangiato. Ed egli rispose: “No” e il superiore: “Perché?” “Perché nessuno mi ha chiamato” spiegò umilmente il santo monaco.

    E che dire della sua devozione a Maria? Come ogni maronita, non esiste Gesù senza Maria, per lui era la Madre potente che lo guidava al sicuro. Quand’era ancora nel suo paese, egli diceva ai compaesani: “Se volete salvarvi per una via facile, consacrate la vostra vita a Maria e onoratela, Essa è la garante della salvezza di chi si affida a Lei”.[11] Non ha mai smesso un giorno di dire il suo rosario e altre preghiere in onore suo e affidava a Lei i morenti!

    Leggiamo cosa disse di lui sua santità Paolo VI nell’omelia il giorno della sua canonizzazione: “Chi non ammira gli aspetti positivi operati nel nostro santo dalla pratica dell’austerità, della mortificazione, dell’obbedienza, della castità, della solitudine che hanno reso possibile il raggiungimento di un così alto grado di santità? Pensate alla sovrana libertà del Santo davanti alle difficoltà e alle passioni di ogni genere, alla qualità della sua vita interiore, all’elevazione della sua preghiera, al suo spirito di adorazione che manifestava al cospetto della natura e soprattutto in presenza del Santissimo Sacramento, alla tenerezza filiale per la Vergine, ed a tutte le meraviglie promesse nelle Beatitudini e realizzate alla lettera nel nostro Santo: dolcezza, umiltà, misericordia, pace, gioia, partecipazione, sin da questa vita, alla forza di guarigione e di conversione del Cristo. In poche parole, l’austerità lo ha messo sulla strada della serenità perfetta, della vera gioia; egli ha lasciato tutto lo spazio allo Spirito Santo […]. Sì, il genere della santità praticata da Šarbel Makhluf è di grande peso, non solo per la gloria di Dio, ma anche per la vitalità della Chiesa”.[12]

    Infine, egli è diventato argilla da modellare nella mano della Santissima Trinità e di Maria. Facendo così, ha dimostrato al mondo che davvero “non di solo pane vive l’uomo ma da ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.

     

     

    5.3. Il mistero del volto [13]


     

    “Un altro mistero lo riguarda: nessuno ha mai visto il volto di San Šarbel dopo il suo ingresso nel monastero, tranne ovviamente i suoi confratelli. Nessuno lo ha mai ritratto, né fotografato in vita. Aveva sempre il cappuccio calato sugli occhi. Eppure oggi abbiamo di lui una immagine

    che lo rappresenta con gli occhi volti in basso, con un viso dolce illuminato da una bontà ultraterrena e da una mistica pensosità, incorniciato da una auste­ra e saggia barba bianca ed un semplice cappuccio da frate.


    Da dove proviene dunque questa immagine? L'8 maggio 1950, cioè mezzo secolo dopo la sua morte, in coincidenza con la sua data di nascita, quattro missionari maroniti scattarono una foto di gruppo insieme al custode presso la sua tomba.

    Durante lo sviluppo apparve un sesto personaggio, un monaco dalla barba bianca, a mezzo busto, con il cappuccio e gli occhi abbassati. Non vi era alcun fotomontaggio ed i monaci più anziani riconobbero in quel volto San Šarbel con i tratti degli ultimi suoi giorni di vita mortale. San Šarbel Makhluf rimane dunque una tra le figure più meravigliose ed intense della fede universale, ed un esempio di rettitudine e profusione di un mistico amore che ha pochi eguali nella storia dell’umanità.

     

     

    5.4. Miracoli e guarigioni [14]

     

    - Esperienza di Raymond Nader

     

    Uno dei fatti più spettacolari nella loro soprannaturalità legati a San Šarbel è certamente quello occorso a Raymond Nader, elettromecca­nico Libanese che ancora mostra i segni dell’intervento miracoloso di San Šarbel: sul suo braccio sono impresse le impronte delle cinque dita della mano del Santo che gli hanno letteralmente ustionato la pelle. I medici non sono stati in grado di classificare e spiegare in modo esaustivo questo genere di ustione misteriosa nella carne. Solo il dottor Nabil Hokayem, un chirurgo plastico fra i più famosi in Libano, ha confermato che si tratta di una inconsueta ustione di secondo grado. Da allora que­ste impronte si sono rinnovate spontaneamente per ben sei volte. Nell'aprile del 1997 Raymond Nader ha raccontato la storia davanti alle telecamere: “II 9 novembre 1994 ho trascorso una notte

    nell'eremo dove Šarbel visse per 23 anni. Mi sentivo spin­to ad applicarmi alla meditazione, anche se non mi sono mai consi­derato né un devoto né un ferven­te credente; in quell'occasione accesi cinque candele. Era una notte calma e fredda, quando improvvisamente, sentii un calore attorno a me, mentre un forte vento iniziò a soffiare. Tuttavia, con mia grande sorpresa, le candele rimase­ro accese. Provai a ragiona­re realisticamente, poi pensai che stessi sognando o fossi in preda ad un'allu­cinazione. Di colpo persi i sensi; non c'era più calore, né vento, né fiamme. Ero in un mondo diverso, un mondo immerso nella luce. Non la luce che conoscia­mo abitualmente, ma una luce trasparente come acqua cristallina. La luce non proveniva da una direzione specifica, ma da ogni parte ed era molto più luminosa della luce del Sole. Poi percepii una Presenza, non con la vista usuale però; ad un certo momento udii una voce che non proveniva da nessun luogo e da tutti i luoghi perché la sentii in ogni parte del mio corpo, ma non con le orecchie fisiche, era come se si esprimesse senza parole, senza suoni. Questa Presenza mi infuse una sensazione di pace profonda, di gioia e amore. Avrei voluto che questo stato di beatitudine in cui mi trovavo permanesse per sempre, così come desiderai che questa Presenza mi fosse sempre accanto. E così in seguito accadde, perché da quel giorno San Šarbel mi è sempre vicino”.


    Progressivamente Nader ritornò al suo normale stato di coscienza, osservò le candele e notò stupito che erano completamente consumate: erano trascorse quattro ore. Nader, perplesso e stordito, si allontanò dall'eremo, e mentre si avviava verso l'auto percepì un calore al braccio. Pensò ad un graffio o a una puntura d'insetto, ma il calore aumentava sempre più, così si levò il maglione e notò cinque impronte digitali sul suo braccio; esse erano riprodotte in ogni minimo dettaglio comprese le rughe e le unghie. Egli in segui­to dichiarò di aver sentito molto caldo, di non aver avvertito alcun dolore, ma solo un prurito, e che, per cinque giorni da quel segno uscirono sangue e acqua. Successivamente, in occasione della festa di San Šarbel, il 15 luglio 1995, Raymond Nader ebbe nuovamente una straordinaria esperienza. Men­tre stava visitando il Monastero di San Marone presso l'eremo del Santo Libanese, vide una processio­ne di monaci al termine della quale procedeva un monaco molto vecchio. Quando gli si avvicinò, tutto intorno a lui si ammutolì, ogni rumore sparì, ma riuscì ad udire la voce del monaco risuonare nella sua testa. Era San Šarbel che gli rivelò uno dei sei messaggi che in seguito avrebbe continuato ad affidargli:“Il Signore ha creato ogni essere umano affinché risplen­da, per illuminare il mondo; voi siete la luce del mondo. Ogni esse­re umano è una lanterna destinata a risplendere; il Signore ha provveduto che ogni lanterna disponga di vetri chiari e trasparen­ti, per permettere a questa luce di risplendere e di illuminare il mondo; ma la gente si cura del vetro, dimenticandosi della luce; si interessa dell'aspetto del vetro, lo colora e lo decora, finché esso diventa torbido, opaco, impedendo così alla luce di risplendere e di conseguenza il mondo è sprofondato nell'ignoranza. Il Signore vuole illuminare il mondo. I vostri vetri devo­no ridiventare trasparenti. Dovreste realizzare il proposito per il quale siete nati in questo mondo”.

    Ed ecco un altro messaggio: “Il regno di Dio esiste. Ogni uomo è chiamato a realizzarsi in esso. C'è un'unica via per riuscirvi: Gesù Cristo. Per compiere il viaggio verso il Suo Regno serve solo l'amore. Dobbiamo amarci gli uni gli altri disinteressatamente, incondizionatamente e illimitatamente. Per aumentare questo amore dobbiamo immergerci alla sua fonte, che è Gesù Cristo stesso, con la preghiera e con l'Eucaristia. Perché l'uomo prende la via in discesa, mentre quella che conduce a Dio è in salita? L'umanità è sopraffatta da pesi, da preoccupazioni che ne curvano il dorso e ne piegano la fronte al suolo. Essa non riesce più a sollevare il capo per vedere il volto di Dio. Ogni uomo cerca di togliersi il fardello dalle spalle, appoggiandolo su quelle degli altri. Ma appena se ne libera, qualcuno gliene impone uno maggiore. La gente cerca di liberarsi dei propri pesi e di aiutare gli altri a farlo ma solo Gesù può liberare l'uomo da tutti i problemi e gli affanni. Lo schiavo non può liberare un altro schiavo. Cristo soffre vedendo cadere l'uomo, redento dal suo sangue. Dio ci vuole liberi. La gente cerca la felicità dove non potrà mai trovarla, cioè in questo mondo, nelle cose materiali, negli uomini. Non potrà mai trovarla in questo mondo, perché non siamo fatti per esso. Se fossimo fatti per questo mondo ci resteremmo. Il denaro non libera l'uomo dalle catene, le fa solo brillare. L'uomo non può dare la felicità, perché non la possiede: solo Cristo può darla.

    L'uomo più tribolato della terra è più felice del peccatore. Nel giorno del giudizio il peccatore non temerà tanto il severo giudizio di Dio, quanto rimpiangerà di non aver corrisposto al suo infinito amore. Questo amore immenso ha creato l'universo e lo governa. Ogni uomo che è fuori dall'amore è fuori da Dio, fuori dall'universo e fuori dalla vita. L'amore è l'unico tesoro che potete accumulare in questo mondo e portare con voi nell'altro. La gloria, il lavoro, le fortune, i tesori ed i successi che credete di aver posseduto sulla terra, resteranno in questo mondo. Porterete con voi solo l'amore e chiunque arriva davanti a Dio senza amore se ne pentirà amaramente. Questa sarà l'ora della sua vera morte, non il momento in cui ha lasciato la terra.

    L'amore deve regnare nei vostri cuori e l'umiltà nelle vostre menti, perché l'arroganza conduce al peccato e l'odio alla dannazione eterna. Pregate e pentitevi.

    Pregate e Cristo vi ascolterà. Aprirà i vostri cuori, vi entrerà e vi infonderà la pace. Pregate dal profondo del cuore e non come fa la maggior parte della gente, perché il gracidare delle rane raggiunge l'orecchio di Dio molto più delle parole vuote che sgorgano solo dalle labbra, ma non dal cuore dell'uomo.

    Tutti hanno orecchie per udire. Pochi ascoltano, pochi tra coloro che ascoltano capiscono, e pochi di coloro che ascoltano e capiscono mettono in pratica. Ascoltate, capite e fate la volontà di Dio. Chi prega vive il mistero dell'esistenza, ma chi non prega esiste a stento. Esamina la tua coscienza, rifletti, pentiti e cambia vita!”

     

     

    - Miracolo di Nuhad Aš–Šami

     



    Tanti altri miracoli sono stati attribuiti a San Šarbel: conversio­ni, apparizioni e straordinarie guarigioni come quella di Nuhad Aš–Šami, la donna che soffriva di emiplegia con doppia ostruzione alla carotide. Lei stessa e la sua famiglia erano prostrati dalla disperazio­ne perché Nuhad non si muoveva più e non riusciva più a cibarsi, non riuscendo più a deglutire [...]. I dottori le avevano consigliato un'operazione con esito dubbio. Una notte, però, (era il 21 gennaio 1993), dopo che suo figlio le aveva frizionato la gola con dell'olio benedetto proveniente dal Monastero di San Šarbel si addormen­tò. Alle 23,00 vide in sogno San Šarbel ed un altro monaco che si avvicinarono al suo capezzale e la operarono alla gola. Risvegliandosi, si alzò, corse in bagno e davanti allo specchio notò due cicatrici ai lati della gola di dodici centimetri ciascuna, coi punti di sutura e del filo chirurgico nero che fuoriusciva, mentre il collo e la cami­cia da notte erano imbrattati di sangue. Grande fu lo stupore e lo spavento del marito vedendola in piedi e tutta insanguinata. Lo stesso mattino la famiglia di Aš–Šami si recò al Monastero di Annaya per testimoniare l'accaduto al superiore, quindi all'Ospedale di Beirut dove i medici, increduli, tolsero i punti di sutura dal collo di Nuhad e ne certificarono l'avvenuta guarigione.


    In seguito San Šarbel apparve nuovamente alla donna e le disse: "Ti ho operato perché tutti ti vedano e la gente torni alla fede. Molti si sono allontanati da Dio, dalla preghiera, dalla Chiesa. Ti chiedo di partecipare alla Messa presso l'eremo di Annaya ogni 22 del mese; le tue ferite torneranno a sanguinare il primo venerdì ed il 22 di ogni mese".

    San Šarbel è conosciuto in tutto il mondo; persino in Russia, dove ha compiuto numerosi miracoli e conversioni raccontate da Anatoly Bayukansky, lo scrittore che ha il merito di aver introdotto nei paesi dell'ex URSS il suo culto”.

     



    [1] Cfr. Patrizia Cattaneo, Sono qui per guarirti! Charbel il Santo Amico, Roncade, Edizioni Segno, 2005, p.76-77.








    [2] “Una sera un domestico del monastero di Annaya gioca un tiro mancino al padre. Di nascosto riempie d’acqua la lampada di Šarbel e gliela porge. Questi l’accende e la lampada brucia. L’inserviente spaventato si pente, corre dal superiore e gli confessa la bravata, esortandolo a rilevare il prodigio. Il superiore trova Padre Šarbel con la lampada accesa, ignaro di tutto. La sequestra e constata che in essa non c’è traccia d’olio. La lampada arde con l’acqua! Un segno divino che il superiore registra nella memoria”. In Patrizia Cattaneo, Op. cit. p. 86








    [3] “La cella di Padre Šarbel è di sei metri quadrati. L’anacoreta indossa sempre la stessa tonaca in estate e nel rigido inverno delle montagne libanesi e, sotto le vesti, porta il cilicio. Dorme su un tappeto di pelo di capra con un asse di legno per guanciale. Una lampada ad olio, una brocca d’acqua, una scodella di legno, uno sgabello per tavolo ed un sedile di pietra costituiscono tutto il suo mobilio. Dorme tre ore per notte, prega e lavora incessantemente. Recita il salterio sette volte al giorno, celebra la messa nella chiesetta dell’eremo e prega quotidianamente per le anime del purgatorio. Egli venera teneramente la gran Madre di Dio, soprattutto con la recita del rosario […] si nutre una sola volta al giorno, verso le tre pomeridiane, di una misera zuppa di legumi, senza mai toccare carne, né frutta. Coltiva la vigna, ma non assaggerà mai un solo acino d’uva. Fugge il denaro come la peste, rifiuta le offerte e, se costretto ad accettare, le consegna immediatamente ai superiori. Pratica quattro volte l’anno il digiuno totale, a imitazione dei Padri del Deserto. Esce raramente, solo per vistare qualche ammalato, per ordine del superiore. Cammina col cappuccio calato sul volto, senza mai rivolgere lo sguardo ad alcuno”. Cfr. Ibidem, p. 80-82.

    (P. Elias Hanna, La Santità di Šarbel, Rafqa e Nimatullah, in «Pagine Religiosi. Rivista Religiosa Trimestrale», Kaslik, Edizioni la Strada della Carità, ottobre 2001, n. 76, pp. 69-80).

    Titolo della biografia di San Šarbel scritta dal P. Bulus Daher.






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